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Perturbazioni

Di lei mi piace che entra in punta di piedi, senza far rumore.
Che, prima di toccarmi, chiede il permesso con gli occhi.
Mi piace perchè sa dosare tenerezza e carattere.
E perchè sa rimettermi al mio posto quando, puntualmente, smarrisco la strada.
L’ho conosciuta un pomeriggio di ottobre, sotto la prima pioggia autunnale.
Non parlava molto, impegnata com’era a ritrovare sè stessa.
Ed io riempivo silenzi.
A quei tempi, mi ero in qualche modo convinta che avrei potuto vivere soltanto relazioni occasionali, prive di implicazioni emotive.
Impegnarsi, anche semplicemente a conoscere qualcuno, è faticoso.
Ma con lei non potevo giocare. Respirava appena. Tentava faticosamente di rimanere a galla. Leggevo nei suoi occhi l’umiliazione del tradimento.
Quelle come lei, da quelle come me, dovevano passeggiare ad anni luce di distanza.
Presa com’ero dal restituire al mondo le pene che mi portavo dentro.
Avrei inghiottito anche lei in quel vuoto senza fondo.
Nei successivi tre mesi non l’ho più vista. Fino a quando il caso, o chiamiamolo come vogliamo, l’ha posizionata lì, nuovamente sul mio cammino. Un paio di incontri non troppo programmati, tante risate, i suoi occhi verdi.
Quando ho capito che si stava affezionando, ho sentito nuovamente l’impulso di fuggire. Perchè, se avesse visto com’ero realmente, ciò che ero diventata, probabilmente sarebbe andata via.
E poi c’era la sua età ad ossessionarmi. Non ha ancora compiuto 21 anni e talvolta mi sento una pedofila, alle porte della trentina.
Ho provato ad avvertirla, ad allontanarla, a proteggerla, ma niente. Rimane.
Ed è talmente risoluta che, talvolta, fa sentire me una bambina.
Un giorno, per un momento, solo per un momento, ho spento la testa.
La mia vita non era più un film da guardare attraverso un vetro, c’ero dentro.
Non era più un susseguirsi di domande e preoccupazioni, alle quali tentavo affannosamente di trovare risposta.
L’ho baciata. Un freddo giovedì di febbraio. Lei era lì, a due passi da me, bellissima, che rideva come solo lei sa fare. E mi sono abbandonata solo all’istinto, non badando alle conseguenze.
Da allora sono trascorse due settimane. Non so esattamente come definire il nostro rapporto. So soltanto che sto bene. Senza domande, senza pretese, senza drammi.
Mi vede. E’ diversa da me ma non tenta di cambiarmi. E’ così spontanea che colleziona gaffe continuamente. Le mie amiche l’adorano. Ed io sono talmente stupida da provare ancora il terrore di abbandonarmi a qualcuno.
Le ho permesso di entrare nel mio letto.
L’ultima persona che lo fece mi ha annientato.
Credevo che avrei ripensato a lei in un contesto analogo.
E invece l’unica cosa che avevo in mente era che non volevo arrivasse mattina perchè sarebbe andata via.
Non so. Forse il contrario del vuoto non è amare qualcuno fino a ritrovarti sulla tazza del water a vomitare. Ho provato nuovamente calore. Non troppo vicino da ustionarmi ma abbastanza da essere confortevole.


Pretenziosi di attenzioni e distanti da apprensioni

A volte, la notte, chiudo gli occhi e perdo l’equilibrio.

Il freddo punge gli angoli più remoti della pelle, i fari delle auto disegnano sul soffitto figure evanescenti, la mente viene investita da immagini che hanno il profumo della pioggia. Alcuni ricordi si aggrappano nella memoria con violenza. Ci condizionano, ci fanno paura, chiudendo le porte ad ogni remota speranza di poter assaporare la felicità. Ancora una volta. L’ultima. Ricordi che sanno di malato, fumo e melanconia.

Quando ti abitui a guardare e muoverti nel buio, gli occhi si spengono, il nero lo indossi.

Può una vittima diventare carnefice?

“Non innamorarti mai di me”

Ripeto questa frase tra me e me da una settimana.

Tempo fa ho conosciuto una ragazza, talmente dolce, seria, carina e innocente che mi pare impossibile possa trovare interessante una come me, così distante dal suo modo di essere. Qualcuno la definirebbe “normale”, ma non sono una fan di questo termine. Forse lo sarò se un giorno sapranno offrirne un valido significato. Le ho permesso di affacciarsi a guardare i macigni che mi porto al seguito. Ma più si ostina a volerli slegare, più li tengo stretti. Trascorro il tempo ad avvertirla di stare attenta, che potrei schiacciarla, inghiottirla nel vuoto. E lei rimane lì, a “vedere come va”. A dirmi che mi è grata per la mia sincerità, mentre nessuna lo è mai stata con lei. Così giovane eppure torchiata dal tradimento, dalla curiosità di una etero annoiata, dai fugaci desideri di femmine in cerca del brivido di una sera. Mi verrebbe di proteggerla, soprattutto da me.

Non ti da fastidio il piercing?” Lo sfiorava, quasi timorosa di farmi male.

A volte sì.”

 

Silenzio. Ed ecco che le sue dita si spostano sulle labbra.

Non mi baciare, non mi baciare, non mi baciare.

Se mi entrassi dentro, impazziresti.


Ristrutturazioni: Insight

Cinque mesi fa decidevo di dire addio a questo blog.

Non l’ho cancellato, pensando fosse una testimonianza importante di un periodo particolarmente delicato della mia vita. L’idea era abbandonarlo in questo minuscolo angolo del cyberspazio, a fluttuare in silenzio. Come fanno i ricordi nella memoria a lungo termine. Nascosti nel buio, archiviati con cura.

Tanto ero convinta della mia scelta che decisi di lasciarlo in eredità a Lei, la protagonista di ogni centimetro occupato qui dentro. Volevo che potesse vedere con i suoi occhi di cosa fosse stata capace. Quanto fosse stata una fottuta stronza narcisista bipolare. Non importa l’epilogo delle storie, l’unica cosa che conta è avere una parte nel copione.

Ho trasformato, erroneamente, il blog in qualcosa di suo. E, quando l’ho lasciata andare, era ovvio pensare che anch’esso dovesse scivolare via. Spegnere la luce e riaprire il sipario altrove. Fuggire, ancora una volta. Come quella mattina di Maggio, quando andai via dalla mia città solo per dimenticare, per non rivederla più. Come fanno i codardi che provano vergogna.

Ci pensate se fosse possibile fare lo stesso con la vita.

Resettare tutto, scegliere un altro spazio e ricominciare dal nulla. Solo pagine nude da riempire. Con la possibilità di cancellare ogni qualvolta le cose vadano storte. Sarebbe spaventosamente facile.

Io, questo blog, l’ho aperto per me. E lo scopro solo adesso.

Per testimoniare ogni vissuto, custodire ogni emozione provata, i ricordi. Anche i più distruttivi e malsani. Al di là di quella finestra si dissolve qualunque forma di calore. C’è talmente tanta anoressia di sentimenti, di legami, che ho paura di confondermi in quella massa informe di marionette invase dalla frenesia, dalle tentazioni vacue, dalle flebili certezze; che trasformano gli affetti in merci da accartocciare, gettare e rimpiazzare. Le mode odierne ci impongono di sostituire il vecchio col nuovo, la qualità con la quantità, il valore con il prezzo, promuovendo il modello di vita del “qui ed ora”. E tutti sembrano dimenticare il passato, ridicolizzare il sentire, vergognarsi delle debolezze emotive.

Non ci voglio stare a questo gioco.

Io qui dentro voglio urlare, liberarmi da qualunque vincolo, rileggermi e star male, ancora e ancora, nel tentativo di non perdere, e recuperare, di volta in volta, la mia (dis-)umanità.

L’anno appena salutato è stato troppo importante per poterlo cancellare con un click.

Ho fatto l’amore per la prima volta, ho viaggiato, mi sono persa, ho lavorato ad eventi nazionali, ho accettato la mia sessualità, ho avuto un trauma cranico, ho temuto di morire, ho fatto il bagno mezza nuda nel gelido mar Tirreno, mi sono ubriacata fino a vedere i folletti, ho flirtato con un’esemplare di quella popolare razza chiamata eteroconfuseforsebisessualinonsosemipiacelapatata della quale tutti parlano ma che non avevo mai visto dal vivo, sono dimagrita, ho cambiato colore di capelli, sono diventata sicura di me, è nato un bel rapporto di amicizia con una ex che avevo ferito a morte, e soprattutto ho scoperto che il destino, o qualunque cosa sia, a volte è un amorevole bastardo.

Perché, proprio quando la mia vita sembrava scritta, organizzata, imbustata e spedita, arrivano i risultati di quel test, fatto quasi per caso, senza aver aperto libro. Neanche nei miei sogni più reconditi avrei potuto immaginare di superarlo. E così, a quanto pare, per il momento, ogni cambiamento di rotta sembra congelato a data da destinarsi, lasciandomi indisturbata a vivere il mio piccolo sogno.

Potevo riassumere tutto dicendo che sono cresciuta, che mi sento addosso due gran paia di palle di acciaio e che tutto questo è stato possibile anche grazie a quel passato racchiuso qui, che volevo cancellare, che mi ha distrutto e dato la possibilità di reinventarmi, e che, porca troia, me lo tengo stretto perché mi piace rileggermi e ciò che sono adesso. Ma, come tutti sanno, amo adornare. E adesso è così facile dire “sono qui”. Come se fossi tornata da un lungo viaggio, scesa dalla folle corsa di un treno mai partito davvero.


Visioni psichedeliche #3

Tra dieci ore, saluterò la Sicilia.
Non so ancora per quanto tempo.
Qui, ogni centimetro è avvelenato.
E opprimente.
Sono rimasta immobile.
A morire un po’ ogni giorno.
Sapevo che non si sarebbe mai scusata.
Fino alla fine, non ha avuto le palle di affrontarmi.
Come tutte quelle volte.
Era più semplice riempire una valigia e partire.
Nessuno che ti abbia trattato con rispetto merita tanto silenzio.

Scriverei addio.
Ma sarebbe patetico.
Le dirò addio dentro di me, quando dimenticherò quest’incubo.


Visioni psichedeliche #2

Quel pomeriggio era lì, immobile.
Davanti alla finestra. Dove nessuno avrebbe potuto sfiorarla.
L’aria odorava di fumo e malinconia.
Qualcuno, nell’altra stanza, rideva. Ma non se n’è accorta.
Si sentiva sola. Tremendamente sola.
Di quella solitudine che si prova prima di morire.
Nemmeno sentirsi amata poteva salvarla.
Anzi. Talvolta quel sentimento le stava stretto.
Fuggiva. Lontano.
Lontano dagli obblighi, dalle aspettative, dal dover ricambiare.
Provavo a riprenderla. Ma puntualmente smarriva la strada.
A quel tempo, non vedevo chiaramente il nero di certe sue giornate.
Ricordo solo le sue mani gelide.
Le sfioravo e faceva talmente tanto freddo.
I rami degli alberi impallidivano.
Ed io avevo paura.
Pensavo ad un noi che svaniva.
Mentre lei si perdeva. E non me ne accorgevo.

Oggi la vedo.
Vedo una sopravvissuta.
Vedo un volto indossare mille maschere.
Mentre, dentro, lentamente, muore.
Vedo continue fughe dal quieto vivere degli Altri.
Fatto di adesione a luoghi comuni.
Vedo il terrore che prova in mezzo alla gente.
Quando tutti la scrutano ma nessuno la guarda davvero.
La sensazione di sentirsi dita puntate contro.
La paura di perdere sé stessa.
Senza nessuno disposto a recuperarla.
La vedo precipitare nel vuoto senza poter urlare.
Perché nessun luogo. Nessuna persona. Sembrano riempirla.
Forse solo per brevi, intensi, istanti.
Dopodiché il ciclo riparte.
A volte non prova niente. A volte prova troppo.
Ciò che voleva prima, adesso non importa più.
Gli estremi della sua testa la violentano senza pietà.
Sovente anche le più banali azioni sono fatiche immani.
E le parole assordanti.
E ha bisogno di silenzio. Del buio. Del nulla.

Ripenso a quando cercavo risposte.
Pensando non volesse darmele.
Scalciavo. Affannosamente.
“Col tempo arriveranno”, mi diceva.
Come se due parole potessero spiegare tutto quel caos.
No. Quelle risposte, semplicemente, non c’erano.
Semmai, le avrebbe inventate a regola d’arte.
Per mettermi l’animo a riposo.
Stare con lei significava questo.
Accogliere quell’altalena di pieni e vuoti.
Senza chiedere.
Ed oggi, se fosse ancora in questo letto, non l’amerei.
Le restituirei solo il silenzio.