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Rivelazioni

Io non sapevo cosa significasse amare qualcuno.
M’infatuavo, idealizzavo, era tutto talmente frenetico ed eccessivo da rendermi confusa.
Come se, quegli estremi, dovessero riempire un vuoto. E non mi saziassero mai a sufficienza.
Non capivo cosa succedesse dentro il petto. L’origine di quella voragine. Sapevo soltanto che c’era da tutta la vita. Ovunque andassi. Qualunque cosa facessi. Con chiunque fossi.
Qualcuno riusciva a metterla a riposo, per brevi, brevissimi istanti. Puntualmente si destava e, con essa, quel desiderio irrefrenabile di riempire.
Lo scorso inverno fu nero come la pece. Alla fine della stagione, non era rimasto più nulla. Solo tanta cenere spazzata dal vento. Avrei potuto farlo ancora una volta, dare ascolto a quelle vocine nella testa affamate di emozioni fugaci, lasciarmi ingannare dalle vacue promesse della prima avvenente fanciulla, sentirmi amata, anche solo per un minuto.
Eppure sono rimasta immobile. Una ragazza in treno mi disse che ero bella. E qualcun’altra, tra sguardi languidi e carezze, mi invitava a scaldarle le lenzuola. Sarebbe stato talmente facile trovare un po’ di calore, tra le braccia di chiunque. Anche di una sconosciuta senza nome. Probabilmente avrei pianto. Il mondo si sarebbe fermato ed io lo avrei guardato attraverso un vetro, depersonalizzandomi.
Ho indagato a lungo per trovare le risposte tanto agognate. O meglio, per pormi le domande giuste.
Quel vuoto non voleva essere ignorato, celato, soffocato, riempito. Dovevo affondare le mani dentro il petto e tirarlo fuori, dargli un volto, plasmarlo. Lasciarlo guardare dal mondo senza provare vergogna.
Ho scoperto una rabbia che mi accompagnava da quando ne ho memoria. Dalle mancate attenzioni di una madre forse troppo distratta, che mi amava in un modo tutto suo, mai sufficiente per chi, come me, trema per una carezza. I rimproveri, le aspettative, le frustrazioni di una vita che forse non voleva, erano macigni sulle spalle. A volte semplicemente non c’era. Mi voltavo e avevo le spalle scoperte, faceva freddo. Stavamo sperimentando quello che gli psicologi definiscono “attaccamento disorganizzato”, confondendomi tra le sue oscillazioni di presenze e assenze ciclicamente costanti. Era questa la mia normalità. Quegli stessi estremi che contraddistinguevano i miei amori malati facevano parte della prima donna della mia vita. Ed io, in fin dei conti, cercavo lei nell’ambivalenza di donne incostanti, capaci di alternare il tutto e il niente repentinamente, senza nemmeno darmi il tempo di capire. Chiunque sarebbe fuggito, eppure quel dolore era talmente familiare da aggrapparmici con forza. Tornavo puntualmente all’origine, conducendomi all’autodistruzione.
Ed è così strano adesso scrivere tutto questo. Rileggermi. Guardarmi. Mi fa rendere conto che non mi ero mai vista davvero, tanta era la frenesia di nascondere quell’ombra al seguito.
Liberandomi del vuoto, dalla necessità di colmare, la solitudine aveva un sapore nuovo. Non avevo bisogno di nessuno, né di sentirmi amata. Ricostruivo l’autostima con le mie mani, e non dovevo ringraziare altri che me stessa. Mi sono guardata allo specchio e, per la prima volta, ho pensato di meritare qualcuno di “reale” al mio fianco. Non m’importava più dell’emozione di un momento. O di quelle parole lanciate al vento, volte a farmi sentire attraente, desiderabile, speciale, finalizzate ad un piacere circoscritto nel qui ed ora, per poi rivelarsi prive di consistenza.
E, se non avessi scoperto tutto questo, se non avessi trovato il coraggio di aprire gli occhi, annegare, accogliere il peggio di me, e mutarlo, non mi sarei innamorata perdutamente, completamente e consapevolmente di una persona che, per la prima volta, mi fa sentire “normale”. Senza drammi, ripicche, violenze psicologiche. E mi accorgo che tutto questo mi piace. E mi piace la persona che sono quando sto con lei. Non devo fingere, né compiacerla, né provare quel terrore costante di essere abbandonata per un momento di debolezza. Mi ha visto nuda, fragile, le ho pianto sulla mano sussurrandole di avere paura, e lei era lì, che mi aiutava a ricomporre i pezzi.
Quando ci siamo conosciute, ci aprivamo con così tante riserve che, agli occhi degli altri, sembravamo quasi immobili. Ogni piccolo passo era un traguardo, ogni parola accuratamente ponderata.
L’ho conosciuta quando non ci credevo più.
Quando la fame di emozioni era un lontano ricordo, e non avevo fretta. Lei lo sapeva. Che avrei potuto lasciarla morire di freddo, forse per tanto tempo, forse per sempre. L’ho invitata a scappare in tutti i modi possibili, aprendo porte e finestre ovunque, lasciandomi percepire immeritevole. Eppure, un giorno, ho aperto gli occhi e lei era davanti a me. Si era avvicinata con una tale delicatezza che nemmeno me ne resi conto. Non ero abituata alla gentilezza, al tocco esitato, agli sguardi imbarazzati.
Una notte mi chiese cosa avessi visto in lei.
Se potesse guardarsi attraverso i miei occhi, capirebbe.


Passeggiando su una traccia mnestica

Quattro mesi fa scrivevo di Lei. Dovevo liberarmene attraverso le parole. Farla uscire, intrappolarla tra queste righe. Ed essere libera, respirare.
Puntualmente, aprivo questa pagina, dita ferree sulla tastiera, ad un passo dal vomitare tutto, e poi…
E poi rimanevo immobile. Forse perché, per me, lei era un’esule. Una fregata dalla vita. Una di quelle che lottano da sole contro una testa caotica, irrazionale e incoerente.
Non so cosa le sia stato seminato dentro, quando, da chi, per spingerla tanto alla deriva. Ho familiarizzato con il freddo delle sue mani, arrendendomi all’idea che anch’esso facesse parte di lei. Aveva paura del buio. Voleva abbracci, ma non li chiedeva. Non poteva lasciarsi vedere fragile, l’avrebbero annientata. Tutti. Il suo errore è stato credere che anch’io volessi distruggerla, accusandomi di azioni talmente vili che avrebbe meritato pugni al solo pensarle. Da lì, è iniziata la nostra guerra.
Una guerra che, nel punto più estremo, mi ha portato lontano dalla mia terra, dagli angoli di strada che mi hanno visto crescere per quasi un decennio. La Toscana era il punto di partenza per ritrovarmi. Mi piaceva viaggiare sola, in quel periodo, all’affannosa ricerca di me stessa. Di qualunque dettaglio potesse riaccendere i miei occhi ormai spenti. Mi sfidavo a perdermi tra città sconosciute, alla ricerca di un barlume di adrenalina. Volevo non ritrovare la via per tornare a casa, lasciarmi invadere da una fottuta paura, sentirmi disperata, smarrita, consapevole che nessuna mano avrebbe potuto tirarmi fuori dai guai. Invece ero calma, indifferente, autocontrollo invidiabile. Lei mi aveva svuotato così tanto che non riuscivo più a provare nessuna emozione.
Questa è stata la mia vita per due mesi, fino a quel giorno di fine giugno. L’ho fatto di nuovo, un biglietto di sola andata. Stavolta per tornare a casa, con la promessa di ripartire non appena rimesso tutto al proprio posto. Senza patetiche fughe e drammi. A quei tempi non sapevo ancora cosa sarebbe accaduto di lì a poco.
Tornare e scoprire di cosa fosse stata capace è indescrivibile. Solo l’odio può giustificare tanta crudeltà. Puro e semplice odio. Mi ha diffamato, fatto cacciare dalla mia casa, odiare dalle coinquiline, diffuso menzogne sul mio conto, sostituito con un’altra come se avesse semplicemente cambiato mutande.
Tutto questo, avrebbe dovuto farmi impazzire. Sviluppare una qualche forma di nevrosi. Anzi, avrei voluto che accadesse, lasciarmi sbattere tra le onde. Anche in questo caso, però, non mi sono scomposta. Continuavo a non provare nulla. E non perché la perdita e il tradimento non avessero un peso. Ma… è come se tutto il mio essere fosse stato messo in ostaggio in un altro tempo e spazio. Ed io non avessi i mezzi per ritrovarmi. Le lacrime hanno inaridito i tratti del mio viso. Sono diventata sorda alle necessità altrui. Mi tocca ricominciare da zero. Crearmi una nuova identità.
Adesso non so esattamente chi sia. Mi guardo indietro e non mi riconosco. Faccio tentativi disumani di vedermi attraverso gli occhi degli altri, ma la visione è offuscata. Nemmeno loro mi riconoscono, la mia famiglia, le amiche di sempre. Lì a sottolineare quanto sia diversa, quanto sia cinica e fredda. Come se non lo sapessi. Come se questa consapevolezza non fosse già una condanna.
Un pomeriggio di luglio, vidi una ragazza. Probabilmente si trattava soltanto di una banale attrazione fisica, null’altro. Lei era lì, a pochi passi da me. Un tempo, avrei saputo approcciarmi, anche a costo di dar vita a conversazioni ridicole. Mi piaceva parlare con la gente. Stavolta, però, sono rimasta immobile. Ad osservarla distrattamente mentre fumava una sigaretta. Mi sono sentita non all’altezza. Perché la mia autostima, insieme a tutto il resto, mi è stata portata via. Lei, che aveva una stima di sé sotto le scarpe, ha rubato la mia. Me l’ha succhiata via, lentamente, senza che me ne rendessi conto. E adesso, mi ritrovo a tremare al solo pensiero di sfiorare un’altra. Se la mia pelle avesse un contatto, crollerei. E, se crollassi tra le braccia sbagliate, stavolta sarebbe la fine. Non possono toccarmi l’anima con le mani sporche. Si sopravvive una sola volta.

Ma io, in fondo, non la odio.
Se avesse saputo dirmi di essere un giocattolo difettoso, non sarei stata talmente vile da tornare in negozio a restituirlo. Non avrei nemmeno potuto ripararlo. Semmai l’avrei aiutata a ricomporre i pezzi. A mettere a tacere quel caos che le violentava la testa.
Adesso non posso più aiutarla. E non voglio. Troppa rabbia, troppo dolore gratuito.
E la pioggia.
Non è quella pioggia che accarezza i gelidi pomeriggi invernali. Ora è fitta, torbida, non mi permette di mettere a fuoco. I suoi lineamenti si stanno trasformando in pallidi contorni.
Se ora potessi parlarle, le direi di ritrovarsi. Di non cercare tiepidi piaceri momentanei, effimeri, squallidi, tra lenzuola che odorano di ignoto e candeggina industriale. Di non incepparsi tra il troppo e il nulla, perdendo il controllo. Di non distruggere gli altri per sentire di esistere. Ma soprattutto, di smetterla di odiarmi. Me ne sono andata. Senza toglierle nulla, come ha fatto lei. Ciò che mi ha fatto passare è disumano. Eppure, una parte di me crede che, in fondo, non volesse farmi del male. Semplicemente non poteva farne a meno, schiava della sua ambivalenza.


Visioni psichedeliche #3

Tra dieci ore, saluterò la Sicilia.
Non so ancora per quanto tempo.
Qui, ogni centimetro è avvelenato.
E opprimente.
Sono rimasta immobile.
A morire un po’ ogni giorno.
Sapevo che non si sarebbe mai scusata.
Fino alla fine, non ha avuto le palle di affrontarmi.
Come tutte quelle volte.
Era più semplice riempire una valigia e partire.
Nessuno che ti abbia trattato con rispetto merita tanto silenzio.

Scriverei addio.
Ma sarebbe patetico.
Le dirò addio dentro di me, quando dimenticherò quest’incubo.


Scorgere il sole in un giorno di pioggia

Sono stata apatica per molto tempo.
Avevo dimenticato la presenza del cuore.
I battiti erano silenziosi e regolari.
Mai una tempesta, un fulmine, e nemmeno una breve pioggia di fine estate.
I sentimenti sono sempre stati una tragedia.
Umiliazioni, menzogne, tradimenti.
Ti convinci che forse non meriti quella boccata di aria fresca che nutre l’anima.
Adesso sto con Lei.
E a volte ho paura. Una fottuta paura. Irrazionale e incontrollabile.
Non so esattamente di cosa. Di soffrire forse, ma sarebbe riduttivo.
E’ come se fossi incatenata e non riuscissi a liberarmi.
Talvolta mi chiudo.
Perchè la guardo. Vedo il buio. Tento di entrare. E mi blocca.
Come se non fosse concesso a nessuno di accendere la luce.
Come se i mostri fossero lì dentro.
E non solo intrappolati nelle sue tele.
E avesse il terrore che qualcuno li scopra.
Mi aspetto, da un momento all’altro, che faccia le valigie e vada via.
Che abbandoni quell’angolo di letto che, a fatica, ha conquistato.
Ho sempre odiato che qualcuno mi chiedesse di dormire insieme.
Lo sentivo uno spazio mio, esclusivamente mio.
Condividerlo, per me, ha significato rendermi vulnerabile.
Vorrei tanto mettere da parte il passato e potermi fidare ancora.
Il dolore delle promesse non mantenute, delle perdite.
Tutti mi definivano una donna fredda, razionale, controllata.
Incapace di abbandonarsi ai sentimenti.
Eppure eccomi qui. Destabilizzata. Incredula.
Investita da un treno ad alta velocità. Mi confonde.
Ho bisogno di mettere da parte la paura.
E varcare quella porta.
Qualunque cosa si celi oltre la soglia.


Per aspera ad astra

Non mi sono abituata a scrivere qui.
Avevo un blog, una volta. La mia ex lo scoprì. Ho perso quei pochi centimetri che mi appartenevano. Sto ansimando nel tentativo di riconquistarli.
Stasera piove violentemente. In questi momenti l’anima scalcia.
Il corpo sembra non riuscire a contenerla. La mente produce Idee.
Pensavo a quanto sia insolita la vita. Alle sorprese che ci riserva, talvolta con una puntualità da lasciare il segno.
Guardo Lei studiare.
Mi domando come sarebbe andata se non l’avessi conosciuta recentemente. Se fosse capitata quando la mia esistenza era costellata da infiniti tormenti e dubbi.
Mi torna in mente quando ho scoperto le mie tendenze omosessuali. Non ho mai amato le categorie. Ma non saprei in quale altro modo definirle.

Sono trascorsi sei anni.
La frase più gettonata era: “se tu fossi un uomo, starei con te”.
Senza comprendere che il punto fosse proprio quello. Non era un uomo.
E probabilmente, se lo fosse stata, non sarei rimasta intrappolata in quel limbo. La feci sentire inadeguata. Fino a quella sera di ottobre.
Quando mi definì una “eterosessuale curiosa”. E tutto ebbe fine. Ancora prima che iniziasse vagamente qualcosa di concreto.
Chissà, me ne convinsi anch’io, ai tempi.
Ho creduto fosse stato un caso isolato. Piacevole si, ma isolato.
Dopo di lei, una serie di uomini. Nessuno riusciva ad emozionarmi.
Il cuore è stato immobile per molto tempo.
Era come esistere, senza vivere davvero.
Solo la pioggia autunnale rimetteva tutto in moto.

Il mondo delle donne è complicato.
Credevo che le esperienze femminili sarebbero state più semplici.
Che avrei trovato quella complicità che non avevo mai provato con un uomo.
Luoghi comuni, nient’altro.
Anche l’universo femminile è popolato da individui insoliti. E potenzialmente pericolosi. Non sono mancate le sadiche disposte ad usarmi solo per un piacere momentaneo.
Una di esse mi frantumò il cuore. Violentemente.
Non era una persona speciale.
Guardandomi indietro, mi chiedo cosa mi avesse colpito e non so rispondermi. Forse amavo la sua storia, il suo dolore. Avrei potuto toccarlo con mano.
E’ andata via.
In una Firenze troppo fredda per una mattina di giugno.
Dopodichè buio. E silenzio.
Sono stata amata follemente.
Ma non è semplice scavare sulla neve.
Mi domandavo se stessi sbagliando tutto.
Se ne valesse la pena lottare contro il mondo intero per la mia “diversità”.
Perchè, per quanto oggi si lotti per ottenere diritti, siamo diversi. Per chiunque.

Mi stupisce il non meravigliarmi più osservando gli occhi scrutatori di chi mi osserva baciare una donna.
Un tempo, tutto questo, mi avrebbe fatto desistere.
Oggi no. Sono io.
Sono stanca di dover indossare un viso che non mi appartiene.
Di dover nascondere. Di dovermi vergognare di chi mi stringe la mano.
Soprattutto fuori, tra la gente.
Un tempo avrei guardato altrove.


Per raggiungere il fuoco vivo sotto la neve

Un tempo scrivevo, scrivevo tanto.
Si dice che la creatività si accompagni al sanguinamento dell’anima.
La mia era lacerata. Ma produceva. E me ne compiacevo.
Se soffri, significa che senti qualcosa. Che ci sei, dopotutto.
Che quella luce non si è ancora spenta. La vera tragedia è il buio.
Quando la ricerca si conclude. E la fiamma non arde più.
Io ci sono stata, in quel Nulla sospeso.
Non mi guardavo più allo specchio. Vedere i miei occhi spenti mi terrorizzava.
Era come se avessi perso Me.
Eppure io ho tentato. Ho tentato di lottare per ritrovare la mia luce.
Cicli di stagioni si susseguivano, ed io rimanevo immobile.
In una sorta di attesa. Che poi attesa non era.
Non aspettavo nulla.
Ma, talvolta, la mia anima era inquieta. E mi ricordava che ci fosse ancora.

E poi.

Poi una sera d’inverno è cambiato qualcosa.
Ho visto un paio di occhi talmente tristi che avrebbero potuto inghiottirmi.
I suoi sguardi erano rassegnati, come i miei. Come se non credesse più a nulla.
E colmasse i vuoti come potesse.
Capitava, tra la gente, che i nostri sguardi si investissero.
Era strano.
E mi è successo con Lei, una pseudosconosciuta capitata per caso.