Archivi tag: Omosessualità

Riscrivere la storia

Molti scrittori, o aspiranti tali, non amano rileggersi. Non so se sia una questione stilistica o semplicemente la mancata volontà di riesumare frammenti di passato. Eppure, cercare tra antiche righe la nostra storia, rimane l’unica via per toccare in modo tangibile il cambiamento. Con un film è facile farlo, è sufficiente premere rewind, poi nuovamente play, e tracciare l’evoluzione dei personaggi, da spettatori. Ma quando sei dentro la vita, il discorso cambia. Non siamo mai pienamente coscienti di ciò che eravamo, siamo e vorremmo essere, e allora queste tre dimensioni sembrano fondersi l’un l’altra generando soltanto caos.
Qualcuno di noi decide di riordinare il proprio esserci vestendo pagine nude.
Il momento più importante è trovare il coraggio di tornare indietro. È anche il più imbarazzante, soprattutto quando ti accorgi che scrivevi in modo acerbo, banale, mai del tutto convincente. È il più doloroso, perché ci da la possibilità di affondare la testa dentro antiche ferite, di rivederci, di rivalutare tutto sotto una luce completamente diversa.

Quando aprii questo blog, ero soltanto una ragazzina egoista, insicura e con parecchie storie disastrose alle spalle. Non è trascorso un secolo da allora, poco meno di due anni, ma il riferimento temporale è piuttosto superfluo quando si discorre di cambiamenti. Si può cambiare anche in un mese, una settimana, un giorno, qualora fossimo mossi da motivazioni valide o eventi con un certo grado di incisività. Al contrario, c’è chi rimane fossilizzato nella propria inflessibilità per tutta la vita, restio a qualunque forma di mutamento, che abbia sedici anni o quaranta.
Dedicai i miei primi post ad una ragazza della quale mi ero infatuata, commettendo un altro errore tipico di chi ama scrivere:ornare i protagonisti delle proprie storie, rendendo ogni dettaglio insignificante qualcosa di inedito, speciale, mai visto in precedenza.
Qualcuno di voi avrà pensato che fosse una di quelle storie d’amore intrise di drammi e sentimenti coinvolgenti, che lei fosse bella da togliere il fiato e che mai avrei potuto amare un’altra creatura nel medesimo modo.

La verità è molto diversa da questo quadretto delizioso. E ve la svelo adesso, che non sono cieca né dormiente.

La verità è che nessuno mi aveva ancora svegliato dal torpore, che non mi ero mai innamorata davvero e qualunque emozione era idealizzata, che la noia e l’apatia mi divoravano a tal punto che persino un’eccentrica presuntuosa come lei risultava vagamente interessante. Lei voleva una bambola gonfiabile deficiente da manipolare a sua immagine e somiglianza, che la venerasse come una dea e le donasse i propri sentimenti senza risparmiarsi. Guai avanzare una protesta o manifestare un malessere, pena la meschinità gratuita e l’umiliazione.
Io ero affamata di attenzioni e sensazioni forti, con un’autostima vacillante e le idee tutt’altro che chiare. Ero un contenitore bucato mai sazio, volevo essere riempita e lei era perfetta per questo, la ragazza del tutto e subito, che inventava promesse e parole d’amore ad hoc per colmare quei vuoti ancor più spaventosi dei miei. La coppia perfetta, apparentemente.
Agli occhi altrui sembrava la vittima maltrattata dal mondo, ignorata dai genitori, abbandonata brutalmente dalle ex, alla ricerca di protezione. Sembrava naturale guardarla negli occhi e dirle “io ti salverò”, quegli occhioni tristi da cerbiatto morto di fame. Col senno di poi, si scoprirà che è il solito copione che rifila alle nuove vittime della sua perversione mentale.

Mi ha lasciato soltanto rimpianti nella vita. Il primo è aver perso un mucchio di tempo. Oltre che salute mentale, lacrime, energie e quant’altro. Ho sfiorato il fallimento della mia seduta di laurea, durante la quale mi salvai in calcio d’angolo soltanto grazie alle mie discrete abilità oratorie; non avevo aperto la tesi, nozioni frammentate e prive di un filo logico fluttuavano nella mia mente e Dio solo sa come sia riuscita a cavarmela. L’esaurimento nervoso era tale che non ebbi nemmeno la forza di organizzare un festeggiamento degno di questo nome:quel giorno la signorina ha ben pensato di violentarmi la mente con storielle dalla dubbia veridicità, con il chiaro scopo di ricoprire di malcontento e disgusto il ricordo del mio traguardo. Un traguardo sognato, sofferto, e mi permetto anche di dire meritato. Eppure in quel momento era tutto talmente buio da non avere importanza. Credo che questo non glielo perdonerò mai. Da qui, scaturisce il successivo rimpianto:averle concesso il mio perdono quando, esattamente un anno fa, me lo chiese. Non lo meritava. Perdonare, in fondo, significa reagire con serenità alla vista o al pensiero di una persona che ci ha feriti profondamente. Significa avere la forza di mettere qualunque torto e umiliazione da parte. Non provo odio, o rabbia, ma continuo a pensare che sia una persona disgustosa. Una di quelle che non augureresti neanche al peggior nemico. E che merita di convivere con le sue colpe, perlomeno fin quando non ne abbia piena coscienza e provi sincero pentimento. Non credo sia il suo caso, cercare il perdono dietro lo schermo di un telefono la rende anche codarda. Uno squallido tentativo di alleggerirsi di tutta la merda che ha seminato qua e là.

A questo punto del post sarebbe legittimo chiedersi:perché scrivere tutto questo proprio stasera, la notte di Natale?

La risposta è di una semplicità disarmante. Siamo nel periodo dei resoconti, l’anno sta per giungere al termine e irrimediabilmente si pensa a ciò che ci siamo lasciati indietro e cosa sia cambiato. Ed è importante scriverlo, renderlo chiaro non soltanto agli altri ma soprattutto a sé stessi. Stasera, dopo tanto tempo, in un momento di particolare ispirazione, ho deciso di rileggere il blog. Dall’inizio alla fine. Ho sempre saputo di aver chiuso col passato ma, durante le ore trascorse dinanzi a questo schermo, ho avuto una conferma illuminante. Ci si rende conto realmente di aver lasciato scivolare tutto alle spalle quando, rileggendo le parole con le quali abbiamo vestito qualcuno del nostro passato, si prova una sensazione di nausea intensa. E il desiderio irrefrenabile di riscrivere la storia, con occhi nuovi.
Io voglio ricominciare da qui. Da una relazione che mi rende felice da quasi un anno. Dall’accettazione della mia sessualità e dal coraggio che dovrò accumulare per dirlo alla mia famiglia. Dai progetti già in cantiere ai sogni non ancora consci.

Annunci

Evoluzioni saffiche

Cosa pensate che sia l’amore tra due donne?
Il desiderio di qualcosa di diverso? Una trasgressione? Una scorciatoia? Un disturbo post traumatico da storia etero finita male? La scelta obbligata delle chiattone brufolose che gli uomini non sfiorerebbero nemmeno per prelevare denaro in banca?
Beh si, forse sì. A volte.
E poi ci sono quelle come me. Che non volevano qualcosa di diverso, che avrebbero preferito amare alla luce del sole, senza attirare l’attenzione di peni in erezione alla sol visione di due mani femminili intrecciate; che non vorrebbero dire alla propria madre che alla prossima cena di Natale la sedia sarà occupata da una patata; e che vorrebbero evitare gli sguardi disgustati delle vicine di casa settantenni, accompagnati da gesta cattoliche incrociate.
Inoltre, quelle come me, per (s)fortuna, hanno ricevuto attenzioni maschili anche quando non avrebbero voluto; riescono ancora a guardarsi allo specchio senza fuggire in preda a coliche intestinali; non hanno subito particolari traumi provocati dagli uomini, semmai esattamente l’opposto, eppure… eccole ancora qui a preferire il gentil sesso.
Perché?
Questo, la scienza, non sa spiegarlo. Qualche seguace di Freud vi direbbe che siamo state brutalmente segnate da un’infanzia triste e dolorosa, che nostra madre era orribile, anaffettiva ed egoista e che noi colmiamo tali disagi in un surrogato di quella donna che ci ha dato alla luce. Ma, anche tali affermazioni, non trovano un posto nel mondo.
Alla fine, nemmeno io so spiegare perché preferisco la pianura pubica, i meloni (purchè poco sviluppati, i miei sono più che sufficienti), l’assenza di peli rigogliosi (se sono fortunata), e quelle dolci vocine che, in momenti d’ira, tendono al petulante, però vi do una notizia: è così. Sono io. E temo che le pseudocure psichiatriche non possano farci granché. Preferisco le donne da quando ne ho memoria, adesso che ne ho preso coscienza. Certo che ho creduto di amare gli uomini, un tempo, ed è stata dura ammettere che si trattasse solo di un’illusione, di un modo per compiacere chi mi stava intorno. Loro, ovviamente, non lo sapranno mai, e dubito gliene importasse. La più grande menzogna la raccontavo a me stessa, sforzandomi di essere qualcuno che nemmeno esisteva. E fa così male, a volte, dover convincere gli altri della tua esistenza. Più ti impegni nel farlo e più ti senti invisibile, in procinto di svanire da un momento all’altro.
Qualcuna di noi, pur di sfuggire agli sguardi delusi, ai gossip dei compagni di scuola, alle provocazioni di uomini depredati della loro virilità, è disposta ad annullarsi completamente, ad indossare maschere, ogni giorno, mentre dentro lentamente muore. Accoglie carezze non desiderate per riempire vuoti spaventosi, si rifugia tra lenzuola che sanno di ignoto. Nel frattempo, quella voragine, continua ad espandersi, il cuore si raffredda, manca il respiro. C’è chi rimane in trappola, destinata a vivere una vita scelta dagli altri. Sarà infelice, colpevole, mentirà. È tipico delle famiglie con mentalità ottocentesche, che preferirebbero vedere i figli lobotomizzati piuttosto che sopportare l’umiliazione di etichettarli come omosessuali. È incredibile il terrore che, questa parola, sia in grado di produrre. La peste provocherebbe effetti di minore portata.
E poi ci sono loro, le coraggiose. Quelle che ti tengono per mano nonostante gli sguardi indiscreti, quelle che ti fanno sentire fottutamente normale, quelle che tornano a casa e non nascondono la tua esistenza.
La mia Lei è una di queste. Se la vedeste non sembrerebbe, è piccoletta, con un abbraccio potrei soffocarla, sorride sempre e riesce a trovare del buono in chiunque, anche quando è nascosto in profondità ed impossibile da notare ad occhio nudo. Se il mondo avesse i suoi occhi, sarebbe un posto migliore. Ma la verità è che il mondo fa paura ed io a volte vorrei che non lo guardasse.
Prima di lei era tutto confuso. E complicato. Non avevo mai pensato seriamente ad un futuro con una donna. Sognavo di sbattere la testa violentemente su un muro e innamorarmi follemente di un uomo mandato dal destino. La mia vita era proprio lì, davanti ai miei occhi:mi vedevo già sposata, madre, nonna e sepolta. Sì, prima o poi sarebbe successo e avrei abbandonato quel mondo popolato da pazze, bipolari, curiose, ero giovane e avevo tempo. Vivere una relazione con tali presupposti non era esattamente il sogno d’amore di una donna.
Il tempo non mi ha affatto regalato un uomo, solo consapevolezza. Non ho più timore di avere una ragazza al mio fianco, ma questo credo di doverlo principalmente a Lei. Rende tutto talmente normale che non saprei nemmeno cosa potrebbe scorgere di diverso la gente in noi.
Stiamo insieme da sei mesi e mai, nemmeno per un secondo, ho avuto la sensazione di essere fuori posto, o desiderato voler essere altrove. Sfiderei chiunque a riconoscere un barlume di diversità nel nostro rapporto, confrontandolo con un legame eterosessuale. Anche noi abbiamo due mani e due piedi, ci rubiamo le coperte durante i pisolini, ci mandiamo amorevolmente a cagare se necessario, fingiamo che le scarpe appena comprate dall’altra non ci facciano venire voglia di spararci in testa, abbiamo l’alito al sapore di ratto la mattina, e (udite udite) a quanto pare adesso possiamo anche sposarci. Che eresia vero? Effettivamente priviamo l’umanità di qualcosa di molto prezioso decidendo di stare insieme. Due patate in meno in circolazione, sai che perdita. Sapete cosa mi diverte molto? Accendere la tv e scoprire che politici corrotti che vanno a mignotte e cittadini dalla dubbia moralità scendono in piazza perché “inorriditi dai diritti concessi agli omosessuali”, inneggiando la famiglia tradizionale.
Non abbiamo mai chiesto privilegi. E nemmeno ne vorrei. Io voglio, pretendo, una vita normale. Un giorno mi piacerebbe dire a mia madre che sono felice. Con una persona che mi fa ridere tanto, che mi stringe quando sto male e che mi ha fatto immaginare il mare osservando da una finestra in alta montagna. Non dovrei nemmeno sottolinearlo che si tratti di una donna, non dovrebbe avere alcuna importanza. Ma per lei, adesso, in un mondo come questo, ne ha. E, probabilmente, quando troverò il coraggio di ferirla, la perderò. Forse mi chiederà di cambiare. Ma io, caro mondo, non posso cambiare. Cambiare significherebbe darla vinta a te, confermare una diversità che esiste solo nella tua testa. Diverso è tutto ciò non contemplato dalle leggi dell’uomo, leggi ben lontane dal concetto intrinseco di Natura. Nessuna malattia quindi, nessun trauma infantile, né mia madre ha urtato il pancione quando mi conteneva. È una semplice preferenza, un po’ come quegli uomini che preferiscono le bionde tettone alle more con taglie concave.
L’amore tra due donne è questo, due stronze isteriche che scelgono di rompersi la patata a vicenda piuttosto che le palle agli uomini.


Perturbazioni

Di lei mi piace che entra in punta di piedi, senza far rumore.
Che, prima di toccarmi, chiede il permesso con gli occhi.
Mi piace perchè sa dosare tenerezza e carattere.
E perchè sa rimettermi al mio posto quando, puntualmente, smarrisco la strada.
L’ho conosciuta un pomeriggio di ottobre, sotto la prima pioggia autunnale.
Non parlava molto, impegnata com’era a ritrovare sè stessa.
Ed io riempivo silenzi.
A quei tempi, mi ero in qualche modo convinta che avrei potuto vivere soltanto relazioni occasionali, prive di implicazioni emotive.
Impegnarsi, anche semplicemente a conoscere qualcuno, è faticoso.
Ma con lei non potevo giocare. Respirava appena. Tentava faticosamente di rimanere a galla. Leggevo nei suoi occhi l’umiliazione del tradimento.
Quelle come lei, da quelle come me, dovevano passeggiare ad anni luce di distanza.
Presa com’ero dal restituire al mondo le pene che mi portavo dentro.
Avrei inghiottito anche lei in quel vuoto senza fondo.
Nei successivi tre mesi non l’ho più vista. Fino a quando il caso, o chiamiamolo come vogliamo, l’ha posizionata lì, nuovamente sul mio cammino. Un paio di incontri non troppo programmati, tante risate, i suoi occhi verdi.
Quando ho capito che si stava affezionando, ho sentito nuovamente l’impulso di fuggire. Perchè, se avesse visto com’ero realmente, ciò che ero diventata, probabilmente sarebbe andata via.
E poi c’era la sua età ad ossessionarmi. Non ha ancora compiuto 21 anni e talvolta mi sento una pedofila, alle porte della trentina.
Ho provato ad avvertirla, ad allontanarla, a proteggerla, ma niente. Rimane.
Ed è talmente risoluta che, talvolta, fa sentire me una bambina.
Un giorno, per un momento, solo per un momento, ho spento la testa.
La mia vita non era più un film da guardare attraverso un vetro, c’ero dentro.
Non era più un susseguirsi di domande e preoccupazioni, alle quali tentavo affannosamente di trovare risposta.
L’ho baciata. Un freddo giovedì di febbraio. Lei era lì, a due passi da me, bellissima, che rideva come solo lei sa fare. E mi sono abbandonata solo all’istinto, non badando alle conseguenze.
Da allora sono trascorse due settimane. Non so esattamente come definire il nostro rapporto. So soltanto che sto bene. Senza domande, senza pretese, senza drammi.
Mi vede. E’ diversa da me ma non tenta di cambiarmi. E’ così spontanea che colleziona gaffe continuamente. Le mie amiche l’adorano. Ed io sono talmente stupida da provare ancora il terrore di abbandonarmi a qualcuno.
Le ho permesso di entrare nel mio letto.
L’ultima persona che lo fece mi ha annientato.
Credevo che avrei ripensato a lei in un contesto analogo.
E invece l’unica cosa che avevo in mente era che non volevo arrivasse mattina perchè sarebbe andata via.
Non so. Forse il contrario del vuoto non è amare qualcuno fino a ritrovarti sulla tazza del water a vomitare. Ho provato nuovamente calore. Non troppo vicino da ustionarmi ma abbastanza da essere confortevole.


Passeggiando su una traccia mnestica

Quattro mesi fa scrivevo di Lei. Dovevo liberarmene attraverso le parole. Farla uscire, intrappolarla tra queste righe. Ed essere libera, respirare.
Puntualmente, aprivo questa pagina, dita ferree sulla tastiera, ad un passo dal vomitare tutto, e poi…
E poi rimanevo immobile. Forse perché, per me, lei era un’esule. Una fregata dalla vita. Una di quelle che lottano da sole contro una testa caotica, irrazionale e incoerente.
Non so cosa le sia stato seminato dentro, quando, da chi, per spingerla tanto alla deriva. Ho familiarizzato con il freddo delle sue mani, arrendendomi all’idea che anch’esso facesse parte di lei. Aveva paura del buio. Voleva abbracci, ma non li chiedeva. Non poteva lasciarsi vedere fragile, l’avrebbero annientata. Tutti. Il suo errore è stato credere che anch’io volessi distruggerla, accusandomi di azioni talmente vili che avrebbe meritato pugni al solo pensarle. Da lì, è iniziata la nostra guerra.
Una guerra che, nel punto più estremo, mi ha portato lontano dalla mia terra, dagli angoli di strada che mi hanno visto crescere per quasi un decennio. La Toscana era il punto di partenza per ritrovarmi. Mi piaceva viaggiare sola, in quel periodo, all’affannosa ricerca di me stessa. Di qualunque dettaglio potesse riaccendere i miei occhi ormai spenti. Mi sfidavo a perdermi tra città sconosciute, alla ricerca di un barlume di adrenalina. Volevo non ritrovare la via per tornare a casa, lasciarmi invadere da una fottuta paura, sentirmi disperata, smarrita, consapevole che nessuna mano avrebbe potuto tirarmi fuori dai guai. Invece ero calma, indifferente, autocontrollo invidiabile. Lei mi aveva svuotato così tanto che non riuscivo più a provare nessuna emozione.
Questa è stata la mia vita per due mesi, fino a quel giorno di fine giugno. L’ho fatto di nuovo, un biglietto di sola andata. Stavolta per tornare a casa, con la promessa di ripartire non appena rimesso tutto al proprio posto. Senza patetiche fughe e drammi. A quei tempi non sapevo ancora cosa sarebbe accaduto di lì a poco.
Tornare e scoprire di cosa fosse stata capace è indescrivibile. Solo l’odio può giustificare tanta crudeltà. Puro e semplice odio. Mi ha diffamato, fatto cacciare dalla mia casa, odiare dalle coinquiline, diffuso menzogne sul mio conto, sostituito con un’altra come se avesse semplicemente cambiato mutande.
Tutto questo, avrebbe dovuto farmi impazzire. Sviluppare una qualche forma di nevrosi. Anzi, avrei voluto che accadesse, lasciarmi sbattere tra le onde. Anche in questo caso, però, non mi sono scomposta. Continuavo a non provare nulla. E non perché la perdita e il tradimento non avessero un peso. Ma… è come se tutto il mio essere fosse stato messo in ostaggio in un altro tempo e spazio. Ed io non avessi i mezzi per ritrovarmi. Le lacrime hanno inaridito i tratti del mio viso. Sono diventata sorda alle necessità altrui. Mi tocca ricominciare da zero. Crearmi una nuova identità.
Adesso non so esattamente chi sia. Mi guardo indietro e non mi riconosco. Faccio tentativi disumani di vedermi attraverso gli occhi degli altri, ma la visione è offuscata. Nemmeno loro mi riconoscono, la mia famiglia, le amiche di sempre. Lì a sottolineare quanto sia diversa, quanto sia cinica e fredda. Come se non lo sapessi. Come se questa consapevolezza non fosse già una condanna.
Un pomeriggio di luglio, vidi una ragazza. Probabilmente si trattava soltanto di una banale attrazione fisica, null’altro. Lei era lì, a pochi passi da me. Un tempo, avrei saputo approcciarmi, anche a costo di dar vita a conversazioni ridicole. Mi piaceva parlare con la gente. Stavolta, però, sono rimasta immobile. Ad osservarla distrattamente mentre fumava una sigaretta. Mi sono sentita non all’altezza. Perché la mia autostima, insieme a tutto il resto, mi è stata portata via. Lei, che aveva una stima di sé sotto le scarpe, ha rubato la mia. Me l’ha succhiata via, lentamente, senza che me ne rendessi conto. E adesso, mi ritrovo a tremare al solo pensiero di sfiorare un’altra. Se la mia pelle avesse un contatto, crollerei. E, se crollassi tra le braccia sbagliate, stavolta sarebbe la fine. Non possono toccarmi l’anima con le mani sporche. Si sopravvive una sola volta.

Ma io, in fondo, non la odio.
Se avesse saputo dirmi di essere un giocattolo difettoso, non sarei stata talmente vile da tornare in negozio a restituirlo. Non avrei nemmeno potuto ripararlo. Semmai l’avrei aiutata a ricomporre i pezzi. A mettere a tacere quel caos che le violentava la testa.
Adesso non posso più aiutarla. E non voglio. Troppa rabbia, troppo dolore gratuito.
E la pioggia.
Non è quella pioggia che accarezza i gelidi pomeriggi invernali. Ora è fitta, torbida, non mi permette di mettere a fuoco. I suoi lineamenti si stanno trasformando in pallidi contorni.
Se ora potessi parlarle, le direi di ritrovarsi. Di non cercare tiepidi piaceri momentanei, effimeri, squallidi, tra lenzuola che odorano di ignoto e candeggina industriale. Di non incepparsi tra il troppo e il nulla, perdendo il controllo. Di non distruggere gli altri per sentire di esistere. Ma soprattutto, di smetterla di odiarmi. Me ne sono andata. Senza toglierle nulla, come ha fatto lei. Ciò che mi ha fatto passare è disumano. Eppure, una parte di me crede che, in fondo, non volesse farmi del male. Semplicemente non poteva farne a meno, schiava della sua ambivalenza.


Visioni psichedeliche #3

Tra dieci ore, saluterò la Sicilia.
Non so ancora per quanto tempo.
Qui, ogni centimetro è avvelenato.
E opprimente.
Sono rimasta immobile.
A morire un po’ ogni giorno.
Sapevo che non si sarebbe mai scusata.
Fino alla fine, non ha avuto le palle di affrontarmi.
Come tutte quelle volte.
Era più semplice riempire una valigia e partire.
Nessuno che ti abbia trattato con rispetto merita tanto silenzio.

Scriverei addio.
Ma sarebbe patetico.
Le dirò addio dentro di me, quando dimenticherò quest’incubo.


Visioni psichedeliche #2

Quel pomeriggio era lì, immobile.
Davanti alla finestra. Dove nessuno avrebbe potuto sfiorarla.
L’aria odorava di fumo e malinconia.
Qualcuno, nell’altra stanza, rideva. Ma non se n’è accorta.
Si sentiva sola. Tremendamente sola.
Di quella solitudine che si prova prima di morire.
Nemmeno sentirsi amata poteva salvarla.
Anzi. Talvolta quel sentimento le stava stretto.
Fuggiva. Lontano.
Lontano dagli obblighi, dalle aspettative, dal dover ricambiare.
Provavo a riprenderla. Ma puntualmente smarriva la strada.
A quel tempo, non vedevo chiaramente il nero di certe sue giornate.
Ricordo solo le sue mani gelide.
Le sfioravo e faceva talmente tanto freddo.
I rami degli alberi impallidivano.
Ed io avevo paura.
Pensavo ad un noi che svaniva.
Mentre lei si perdeva. E non me ne accorgevo.

Oggi la vedo.
Vedo una sopravvissuta.
Vedo un volto indossare mille maschere.
Mentre, dentro, lentamente, muore.
Vedo continue fughe dal quieto vivere degli Altri.
Fatto di adesione a luoghi comuni.
Vedo il terrore che prova in mezzo alla gente.
Quando tutti la scrutano ma nessuno la guarda davvero.
La sensazione di sentirsi dita puntate contro.
La paura di perdere sé stessa.
Senza nessuno disposto a recuperarla.
La vedo precipitare nel vuoto senza poter urlare.
Perché nessun luogo. Nessuna persona. Sembrano riempirla.
Forse solo per brevi, intensi, istanti.
Dopodiché il ciclo riparte.
A volte non prova niente. A volte prova troppo.
Ciò che voleva prima, adesso non importa più.
Gli estremi della sua testa la violentano senza pietà.
Sovente anche le più banali azioni sono fatiche immani.
E le parole assordanti.
E ha bisogno di silenzio. Del buio. Del nulla.

Ripenso a quando cercavo risposte.
Pensando non volesse darmele.
Scalciavo. Affannosamente.
“Col tempo arriveranno”, mi diceva.
Come se due parole potessero spiegare tutto quel caos.
No. Quelle risposte, semplicemente, non c’erano.
Semmai, le avrebbe inventate a regola d’arte.
Per mettermi l’animo a riposo.
Stare con lei significava questo.
Accogliere quell’altalena di pieni e vuoti.
Senza chiedere.
Ed oggi, se fosse ancora in questo letto, non l’amerei.
Le restituirei solo il silenzio.


Per aspera ad astra

Non mi sono abituata a scrivere qui.
Avevo un blog, una volta. La mia ex lo scoprì. Ho perso quei pochi centimetri che mi appartenevano. Sto ansimando nel tentativo di riconquistarli.
Stasera piove violentemente. In questi momenti l’anima scalcia.
Il corpo sembra non riuscire a contenerla. La mente produce Idee.
Pensavo a quanto sia insolita la vita. Alle sorprese che ci riserva, talvolta con una puntualità da lasciare il segno.
Guardo Lei studiare.
Mi domando come sarebbe andata se non l’avessi conosciuta recentemente. Se fosse capitata quando la mia esistenza era costellata da infiniti tormenti e dubbi.
Mi torna in mente quando ho scoperto le mie tendenze omosessuali. Non ho mai amato le categorie. Ma non saprei in quale altro modo definirle.

Sono trascorsi sei anni.
La frase più gettonata era: “se tu fossi un uomo, starei con te”.
Senza comprendere che il punto fosse proprio quello. Non era un uomo.
E probabilmente, se lo fosse stata, non sarei rimasta intrappolata in quel limbo. La feci sentire inadeguata. Fino a quella sera di ottobre.
Quando mi definì una “eterosessuale curiosa”. E tutto ebbe fine. Ancora prima che iniziasse vagamente qualcosa di concreto.
Chissà, me ne convinsi anch’io, ai tempi.
Ho creduto fosse stato un caso isolato. Piacevole si, ma isolato.
Dopo di lei, una serie di uomini. Nessuno riusciva ad emozionarmi.
Il cuore è stato immobile per molto tempo.
Era come esistere, senza vivere davvero.
Solo la pioggia autunnale rimetteva tutto in moto.

Il mondo delle donne è complicato.
Credevo che le esperienze femminili sarebbero state più semplici.
Che avrei trovato quella complicità che non avevo mai provato con un uomo.
Luoghi comuni, nient’altro.
Anche l’universo femminile è popolato da individui insoliti. E potenzialmente pericolosi. Non sono mancate le sadiche disposte ad usarmi solo per un piacere momentaneo.
Una di esse mi frantumò il cuore. Violentemente.
Non era una persona speciale.
Guardandomi indietro, mi chiedo cosa mi avesse colpito e non so rispondermi. Forse amavo la sua storia, il suo dolore. Avrei potuto toccarlo con mano.
E’ andata via.
In una Firenze troppo fredda per una mattina di giugno.
Dopodichè buio. E silenzio.
Sono stata amata follemente.
Ma non è semplice scavare sulla neve.
Mi domandavo se stessi sbagliando tutto.
Se ne valesse la pena lottare contro il mondo intero per la mia “diversità”.
Perchè, per quanto oggi si lotti per ottenere diritti, siamo diversi. Per chiunque.

Mi stupisce il non meravigliarmi più osservando gli occhi scrutatori di chi mi osserva baciare una donna.
Un tempo, tutto questo, mi avrebbe fatto desistere.
Oggi no. Sono io.
Sono stanca di dover indossare un viso che non mi appartiene.
Di dover nascondere. Di dovermi vergognare di chi mi stringe la mano.
Soprattutto fuori, tra la gente.
Un tempo avrei guardato altrove.