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Riscrivere la storia

Molti scrittori, o aspiranti tali, non amano rileggersi. Non so se sia una questione stilistica o semplicemente la mancata volontà di riesumare frammenti di passato. Eppure, cercare tra antiche righe la nostra storia, rimane l’unica via per toccare in modo tangibile il cambiamento. Con un film è facile farlo, è sufficiente premere rewind, poi nuovamente play, e tracciare l’evoluzione dei personaggi, da spettatori. Ma quando sei dentro la vita, il discorso cambia. Non siamo mai pienamente coscienti di ciò che eravamo, siamo e vorremmo essere, e allora queste tre dimensioni sembrano fondersi l’un l’altra generando soltanto caos.
Qualcuno di noi decide di riordinare il proprio esserci vestendo pagine nude.
Il momento più importante è trovare il coraggio di tornare indietro. È anche il più imbarazzante, soprattutto quando ti accorgi che scrivevi in modo acerbo, banale, mai del tutto convincente. È il più doloroso, perché ci da la possibilità di affondare la testa dentro antiche ferite, di rivederci, di rivalutare tutto sotto una luce completamente diversa.

Quando aprii questo blog, ero soltanto una ragazzina egoista, insicura e con parecchie storie disastrose alle spalle. Non è trascorso un secolo da allora, poco meno di due anni, ma il riferimento temporale è piuttosto superfluo quando si discorre di cambiamenti. Si può cambiare anche in un mese, una settimana, un giorno, qualora fossimo mossi da motivazioni valide o eventi con un certo grado di incisività. Al contrario, c’è chi rimane fossilizzato nella propria inflessibilità per tutta la vita, restio a qualunque forma di mutamento, che abbia sedici anni o quaranta.
Dedicai i miei primi post ad una ragazza della quale mi ero infatuata, commettendo un altro errore tipico di chi ama scrivere:ornare i protagonisti delle proprie storie, rendendo ogni dettaglio insignificante qualcosa di inedito, speciale, mai visto in precedenza.
Qualcuno di voi avrà pensato che fosse una di quelle storie d’amore intrise di drammi e sentimenti coinvolgenti, che lei fosse bella da togliere il fiato e che mai avrei potuto amare un’altra creatura nel medesimo modo.

La verità è molto diversa da questo quadretto delizioso. E ve la svelo adesso, che non sono cieca né dormiente.

La verità è che nessuno mi aveva ancora svegliato dal torpore, che non mi ero mai innamorata davvero e qualunque emozione era idealizzata, che la noia e l’apatia mi divoravano a tal punto che persino un’eccentrica presuntuosa come lei risultava vagamente interessante. Lei voleva una bambola gonfiabile deficiente da manipolare a sua immagine e somiglianza, che la venerasse come una dea e le donasse i propri sentimenti senza risparmiarsi. Guai avanzare una protesta o manifestare un malessere, pena la meschinità gratuita e l’umiliazione.
Io ero affamata di attenzioni e sensazioni forti, con un’autostima vacillante e le idee tutt’altro che chiare. Ero un contenitore bucato mai sazio, volevo essere riempita e lei era perfetta per questo, la ragazza del tutto e subito, che inventava promesse e parole d’amore ad hoc per colmare quei vuoti ancor più spaventosi dei miei. La coppia perfetta, apparentemente.
Agli occhi altrui sembrava la vittima maltrattata dal mondo, ignorata dai genitori, abbandonata brutalmente dalle ex, alla ricerca di protezione. Sembrava naturale guardarla negli occhi e dirle “io ti salverò”, quegli occhioni tristi da cerbiatto morto di fame. Col senno di poi, si scoprirà che è il solito copione che rifila alle nuove vittime della sua perversione mentale.

Mi ha lasciato soltanto rimpianti nella vita. Il primo è aver perso un mucchio di tempo. Oltre che salute mentale, lacrime, energie e quant’altro. Ho sfiorato il fallimento della mia seduta di laurea, durante la quale mi salvai in calcio d’angolo soltanto grazie alle mie discrete abilità oratorie; non avevo aperto la tesi, nozioni frammentate e prive di un filo logico fluttuavano nella mia mente e Dio solo sa come sia riuscita a cavarmela. L’esaurimento nervoso era tale che non ebbi nemmeno la forza di organizzare un festeggiamento degno di questo nome:quel giorno la signorina ha ben pensato di violentarmi la mente con storielle dalla dubbia veridicità, con il chiaro scopo di ricoprire di malcontento e disgusto il ricordo del mio traguardo. Un traguardo sognato, sofferto, e mi permetto anche di dire meritato. Eppure in quel momento era tutto talmente buio da non avere importanza. Credo che questo non glielo perdonerò mai. Da qui, scaturisce il successivo rimpianto:averle concesso il mio perdono quando, esattamente un anno fa, me lo chiese. Non lo meritava. Perdonare, in fondo, significa reagire con serenità alla vista o al pensiero di una persona che ci ha feriti profondamente. Significa avere la forza di mettere qualunque torto e umiliazione da parte. Non provo odio, o rabbia, ma continuo a pensare che sia una persona disgustosa. Una di quelle che non augureresti neanche al peggior nemico. E che merita di convivere con le sue colpe, perlomeno fin quando non ne abbia piena coscienza e provi sincero pentimento. Non credo sia il suo caso, cercare il perdono dietro lo schermo di un telefono la rende anche codarda. Uno squallido tentativo di alleggerirsi di tutta la merda che ha seminato qua e là.

A questo punto del post sarebbe legittimo chiedersi:perché scrivere tutto questo proprio stasera, la notte di Natale?

La risposta è di una semplicità disarmante. Siamo nel periodo dei resoconti, l’anno sta per giungere al termine e irrimediabilmente si pensa a ciò che ci siamo lasciati indietro e cosa sia cambiato. Ed è importante scriverlo, renderlo chiaro non soltanto agli altri ma soprattutto a sé stessi. Stasera, dopo tanto tempo, in un momento di particolare ispirazione, ho deciso di rileggere il blog. Dall’inizio alla fine. Ho sempre saputo di aver chiuso col passato ma, durante le ore trascorse dinanzi a questo schermo, ho avuto una conferma illuminante. Ci si rende conto realmente di aver lasciato scivolare tutto alle spalle quando, rileggendo le parole con le quali abbiamo vestito qualcuno del nostro passato, si prova una sensazione di nausea intensa. E il desiderio irrefrenabile di riscrivere la storia, con occhi nuovi.
Io voglio ricominciare da qui. Da una relazione che mi rende felice da quasi un anno. Dall’accettazione della mia sessualità e dal coraggio che dovrò accumulare per dirlo alla mia famiglia. Dai progetti già in cantiere ai sogni non ancora consci.


Evoluzioni saffiche

Cosa pensate che sia l’amore tra due donne?
Il desiderio di qualcosa di diverso? Una trasgressione? Una scorciatoia? Un disturbo post traumatico da storia etero finita male? La scelta obbligata delle chiattone brufolose che gli uomini non sfiorerebbero nemmeno per prelevare denaro in banca?
Beh si, forse sì. A volte.
E poi ci sono quelle come me. Che non volevano qualcosa di diverso, che avrebbero preferito amare alla luce del sole, senza attirare l’attenzione di peni in erezione alla sol visione di due mani femminili intrecciate; che non vorrebbero dire alla propria madre che alla prossima cena di Natale la sedia sarà occupata da una patata; e che vorrebbero evitare gli sguardi disgustati delle vicine di casa settantenni, accompagnati da gesta cattoliche incrociate.
Inoltre, quelle come me, per (s)fortuna, hanno ricevuto attenzioni maschili anche quando non avrebbero voluto; riescono ancora a guardarsi allo specchio senza fuggire in preda a coliche intestinali; non hanno subito particolari traumi provocati dagli uomini, semmai esattamente l’opposto, eppure… eccole ancora qui a preferire il gentil sesso.
Perché?
Questo, la scienza, non sa spiegarlo. Qualche seguace di Freud vi direbbe che siamo state brutalmente segnate da un’infanzia triste e dolorosa, che nostra madre era orribile, anaffettiva ed egoista e che noi colmiamo tali disagi in un surrogato di quella donna che ci ha dato alla luce. Ma, anche tali affermazioni, non trovano un posto nel mondo.
Alla fine, nemmeno io so spiegare perché preferisco la pianura pubica, i meloni (purchè poco sviluppati, i miei sono più che sufficienti), l’assenza di peli rigogliosi (se sono fortunata), e quelle dolci vocine che, in momenti d’ira, tendono al petulante, però vi do una notizia: è così. Sono io. E temo che le pseudocure psichiatriche non possano farci granché. Preferisco le donne da quando ne ho memoria, adesso che ne ho preso coscienza. Certo che ho creduto di amare gli uomini, un tempo, ed è stata dura ammettere che si trattasse solo di un’illusione, di un modo per compiacere chi mi stava intorno. Loro, ovviamente, non lo sapranno mai, e dubito gliene importasse. La più grande menzogna la raccontavo a me stessa, sforzandomi di essere qualcuno che nemmeno esisteva. E fa così male, a volte, dover convincere gli altri della tua esistenza. Più ti impegni nel farlo e più ti senti invisibile, in procinto di svanire da un momento all’altro.
Qualcuna di noi, pur di sfuggire agli sguardi delusi, ai gossip dei compagni di scuola, alle provocazioni di uomini depredati della loro virilità, è disposta ad annullarsi completamente, ad indossare maschere, ogni giorno, mentre dentro lentamente muore. Accoglie carezze non desiderate per riempire vuoti spaventosi, si rifugia tra lenzuola che sanno di ignoto. Nel frattempo, quella voragine, continua ad espandersi, il cuore si raffredda, manca il respiro. C’è chi rimane in trappola, destinata a vivere una vita scelta dagli altri. Sarà infelice, colpevole, mentirà. È tipico delle famiglie con mentalità ottocentesche, che preferirebbero vedere i figli lobotomizzati piuttosto che sopportare l’umiliazione di etichettarli come omosessuali. È incredibile il terrore che, questa parola, sia in grado di produrre. La peste provocherebbe effetti di minore portata.
E poi ci sono loro, le coraggiose. Quelle che ti tengono per mano nonostante gli sguardi indiscreti, quelle che ti fanno sentire fottutamente normale, quelle che tornano a casa e non nascondono la tua esistenza.
La mia Lei è una di queste. Se la vedeste non sembrerebbe, è piccoletta, con un abbraccio potrei soffocarla, sorride sempre e riesce a trovare del buono in chiunque, anche quando è nascosto in profondità ed impossibile da notare ad occhio nudo. Se il mondo avesse i suoi occhi, sarebbe un posto migliore. Ma la verità è che il mondo fa paura ed io a volte vorrei che non lo guardasse.
Prima di lei era tutto confuso. E complicato. Non avevo mai pensato seriamente ad un futuro con una donna. Sognavo di sbattere la testa violentemente su un muro e innamorarmi follemente di un uomo mandato dal destino. La mia vita era proprio lì, davanti ai miei occhi:mi vedevo già sposata, madre, nonna e sepolta. Sì, prima o poi sarebbe successo e avrei abbandonato quel mondo popolato da pazze, bipolari, curiose, ero giovane e avevo tempo. Vivere una relazione con tali presupposti non era esattamente il sogno d’amore di una donna.
Il tempo non mi ha affatto regalato un uomo, solo consapevolezza. Non ho più timore di avere una ragazza al mio fianco, ma questo credo di doverlo principalmente a Lei. Rende tutto talmente normale che non saprei nemmeno cosa potrebbe scorgere di diverso la gente in noi.
Stiamo insieme da sei mesi e mai, nemmeno per un secondo, ho avuto la sensazione di essere fuori posto, o desiderato voler essere altrove. Sfiderei chiunque a riconoscere un barlume di diversità nel nostro rapporto, confrontandolo con un legame eterosessuale. Anche noi abbiamo due mani e due piedi, ci rubiamo le coperte durante i pisolini, ci mandiamo amorevolmente a cagare se necessario, fingiamo che le scarpe appena comprate dall’altra non ci facciano venire voglia di spararci in testa, abbiamo l’alito al sapore di ratto la mattina, e (udite udite) a quanto pare adesso possiamo anche sposarci. Che eresia vero? Effettivamente priviamo l’umanità di qualcosa di molto prezioso decidendo di stare insieme. Due patate in meno in circolazione, sai che perdita. Sapete cosa mi diverte molto? Accendere la tv e scoprire che politici corrotti che vanno a mignotte e cittadini dalla dubbia moralità scendono in piazza perché “inorriditi dai diritti concessi agli omosessuali”, inneggiando la famiglia tradizionale.
Non abbiamo mai chiesto privilegi. E nemmeno ne vorrei. Io voglio, pretendo, una vita normale. Un giorno mi piacerebbe dire a mia madre che sono felice. Con una persona che mi fa ridere tanto, che mi stringe quando sto male e che mi ha fatto immaginare il mare osservando da una finestra in alta montagna. Non dovrei nemmeno sottolinearlo che si tratti di una donna, non dovrebbe avere alcuna importanza. Ma per lei, adesso, in un mondo come questo, ne ha. E, probabilmente, quando troverò il coraggio di ferirla, la perderò. Forse mi chiederà di cambiare. Ma io, caro mondo, non posso cambiare. Cambiare significherebbe darla vinta a te, confermare una diversità che esiste solo nella tua testa. Diverso è tutto ciò non contemplato dalle leggi dell’uomo, leggi ben lontane dal concetto intrinseco di Natura. Nessuna malattia quindi, nessun trauma infantile, né mia madre ha urtato il pancione quando mi conteneva. È una semplice preferenza, un po’ come quegli uomini che preferiscono le bionde tettone alle more con taglie concave.
L’amore tra due donne è questo, due stronze isteriche che scelgono di rompersi la patata a vicenda piuttosto che le palle agli uomini.