Archivi del mese: aprile 2016

Rivelazioni

Io non sapevo cosa significasse amare qualcuno.
M’infatuavo, idealizzavo, era tutto talmente frenetico ed eccessivo da rendermi confusa.
Come se, quegli estremi, dovessero riempire un vuoto. E non mi saziassero mai a sufficienza.
Non capivo cosa succedesse dentro il petto. L’origine di quella voragine. Sapevo soltanto che c’era da tutta la vita. Ovunque andassi. Qualunque cosa facessi. Con chiunque fossi.
Qualcuno riusciva a metterla a riposo, per brevi, brevissimi istanti. Puntualmente si destava e, con essa, quel desiderio irrefrenabile di riempire.
Lo scorso inverno fu nero come la pece. Alla fine della stagione, non era rimasto più nulla. Solo tanta cenere spazzata dal vento. Avrei potuto farlo ancora una volta, dare ascolto a quelle vocine nella testa affamate di emozioni fugaci, lasciarmi ingannare dalle vacue promesse della prima avvenente fanciulla, sentirmi amata, anche solo per un minuto.
Eppure sono rimasta immobile. Una ragazza in treno mi disse che ero bella. E qualcun’altra, tra sguardi languidi e carezze, mi invitava a scaldarle le lenzuola. Sarebbe stato talmente facile trovare un po’ di calore, tra le braccia di chiunque. Anche di una sconosciuta senza nome. Probabilmente avrei pianto. Il mondo si sarebbe fermato ed io lo avrei guardato attraverso un vetro, depersonalizzandomi.
Ho indagato a lungo per trovare le risposte tanto agognate. O meglio, per pormi le domande giuste.
Quel vuoto non voleva essere ignorato, celato, soffocato, riempito. Dovevo affondare le mani dentro il petto e tirarlo fuori, dargli un volto, plasmarlo. Lasciarlo guardare dal mondo senza provare vergogna.
Ho scoperto una rabbia che mi accompagnava da quando ne ho memoria. Dalle mancate attenzioni di una madre forse troppo distratta, che mi amava in un modo tutto suo, mai sufficiente per chi, come me, trema per una carezza. I rimproveri, le aspettative, le frustrazioni di una vita che forse non voleva, erano macigni sulle spalle. A volte semplicemente non c’era. Mi voltavo e avevo le spalle scoperte, faceva freddo. Stavamo sperimentando quello che gli psicologi definiscono “attaccamento disorganizzato”, confondendomi tra le sue oscillazioni di presenze e assenze ciclicamente costanti. Era questa la mia normalità. Quegli stessi estremi che contraddistinguevano i miei amori malati facevano parte della prima donna della mia vita. Ed io, in fin dei conti, cercavo lei nell’ambivalenza di donne incostanti, capaci di alternare il tutto e il niente repentinamente, senza nemmeno darmi il tempo di capire. Chiunque sarebbe fuggito, eppure quel dolore era talmente familiare da aggrapparmici con forza. Tornavo puntualmente all’origine, conducendomi all’autodistruzione.
Ed è così strano adesso scrivere tutto questo. Rileggermi. Guardarmi. Mi fa rendere conto che non mi ero mai vista davvero, tanta era la frenesia di nascondere quell’ombra al seguito.
Liberandomi del vuoto, dalla necessità di colmare, la solitudine aveva un sapore nuovo. Non avevo bisogno di nessuno, né di sentirmi amata. Ricostruivo l’autostima con le mie mani, e non dovevo ringraziare altri che me stessa. Mi sono guardata allo specchio e, per la prima volta, ho pensato di meritare qualcuno di “reale” al mio fianco. Non m’importava più dell’emozione di un momento. O di quelle parole lanciate al vento, volte a farmi sentire attraente, desiderabile, speciale, finalizzate ad un piacere circoscritto nel qui ed ora, per poi rivelarsi prive di consistenza.
E, se non avessi scoperto tutto questo, se non avessi trovato il coraggio di aprire gli occhi, annegare, accogliere il peggio di me, e mutarlo, non mi sarei innamorata perdutamente, completamente e consapevolmente di una persona che, per la prima volta, mi fa sentire “normale”. Senza drammi, ripicche, violenze psicologiche. E mi accorgo che tutto questo mi piace. E mi piace la persona che sono quando sto con lei. Non devo fingere, né compiacerla, né provare quel terrore costante di essere abbandonata per un momento di debolezza. Mi ha visto nuda, fragile, le ho pianto sulla mano sussurrandole di avere paura, e lei era lì, che mi aiutava a ricomporre i pezzi.
Quando ci siamo conosciute, ci aprivamo con così tante riserve che, agli occhi degli altri, sembravamo quasi immobili. Ogni piccolo passo era un traguardo, ogni parola accuratamente ponderata.
L’ho conosciuta quando non ci credevo più.
Quando la fame di emozioni era un lontano ricordo, e non avevo fretta. Lei lo sapeva. Che avrei potuto lasciarla morire di freddo, forse per tanto tempo, forse per sempre. L’ho invitata a scappare in tutti i modi possibili, aprendo porte e finestre ovunque, lasciandomi percepire immeritevole. Eppure, un giorno, ho aperto gli occhi e lei era davanti a me. Si era avvicinata con una tale delicatezza che nemmeno me ne resi conto. Non ero abituata alla gentilezza, al tocco esitato, agli sguardi imbarazzati.
Una notte mi chiese cosa avessi visto in lei.
Se potesse guardarsi attraverso i miei occhi, capirebbe.

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