Passeggiando su una traccia mnestica

Quattro mesi fa scrivevo di Lei. Dovevo liberarmene attraverso le parole. Farla uscire, intrappolarla tra queste righe. Ed essere libera, respirare.
Puntualmente, aprivo questa pagina, dita ferree sulla tastiera, ad un passo dal vomitare tutto, e poi…
E poi rimanevo immobile. Forse perché, per me, lei era un’esule. Una fregata dalla vita. Una di quelle che lottano da sole contro una testa caotica, irrazionale e incoerente.
Non so cosa le sia stato seminato dentro, quando, da chi, per spingerla tanto alla deriva. Ho familiarizzato con il freddo delle sue mani, arrendendomi all’idea che anch’esso facesse parte di lei. Aveva paura del buio. Voleva abbracci, ma non li chiedeva. Non poteva lasciarsi vedere fragile, l’avrebbero annientata. Tutti. Il suo errore è stato credere che anch’io volessi distruggerla, accusandomi di azioni talmente vili che avrebbe meritato pugni al solo pensarle. Da lì, è iniziata la nostra guerra.
Una guerra che, nel punto più estremo, mi ha portato lontano dalla mia terra, dagli angoli di strada che mi hanno visto crescere per quasi un decennio. La Toscana era il punto di partenza per ritrovarmi. Mi piaceva viaggiare sola, in quel periodo, all’affannosa ricerca di me stessa. Di qualunque dettaglio potesse riaccendere i miei occhi ormai spenti. Mi sfidavo a perdermi tra città sconosciute, alla ricerca di un barlume di adrenalina. Volevo non ritrovare la via per tornare a casa, lasciarmi invadere da una fottuta paura, sentirmi disperata, smarrita, consapevole che nessuna mano avrebbe potuto tirarmi fuori dai guai. Invece ero calma, indifferente, autocontrollo invidiabile. Lei mi aveva svuotato così tanto che non riuscivo più a provare nessuna emozione.
Questa è stata la mia vita per due mesi, fino a quel giorno di fine giugno. L’ho fatto di nuovo, un biglietto di sola andata. Stavolta per tornare a casa, con la promessa di ripartire non appena rimesso tutto al proprio posto. Senza patetiche fughe e drammi. A quei tempi non sapevo ancora cosa sarebbe accaduto di lì a poco.
Tornare e scoprire di cosa fosse stata capace è indescrivibile. Solo l’odio può giustificare tanta crudeltà. Puro e semplice odio. Mi ha diffamato, fatto cacciare dalla mia casa, odiare dalle coinquiline, diffuso menzogne sul mio conto, sostituito con un’altra come se avesse semplicemente cambiato mutande.
Tutto questo, avrebbe dovuto farmi impazzire. Sviluppare una qualche forma di nevrosi. Anzi, avrei voluto che accadesse, lasciarmi sbattere tra le onde. Anche in questo caso, però, non mi sono scomposta. Continuavo a non provare nulla. E non perché la perdita e il tradimento non avessero un peso. Ma… è come se tutto il mio essere fosse stato messo in ostaggio in un altro tempo e spazio. Ed io non avessi i mezzi per ritrovarmi. Le lacrime hanno inaridito i tratti del mio viso. Sono diventata sorda alle necessità altrui. Mi tocca ricominciare da zero. Crearmi una nuova identità.
Adesso non so esattamente chi sia. Mi guardo indietro e non mi riconosco. Faccio tentativi disumani di vedermi attraverso gli occhi degli altri, ma la visione è offuscata. Nemmeno loro mi riconoscono, la mia famiglia, le amiche di sempre. Lì a sottolineare quanto sia diversa, quanto sia cinica e fredda. Come se non lo sapessi. Come se questa consapevolezza non fosse già una condanna.
Un pomeriggio di luglio, vidi una ragazza. Probabilmente si trattava soltanto di una banale attrazione fisica, null’altro. Lei era lì, a pochi passi da me. Un tempo, avrei saputo approcciarmi, anche a costo di dar vita a conversazioni ridicole. Mi piaceva parlare con la gente. Stavolta, però, sono rimasta immobile. Ad osservarla distrattamente mentre fumava una sigaretta. Mi sono sentita non all’altezza. Perché la mia autostima, insieme a tutto il resto, mi è stata portata via. Lei, che aveva una stima di sé sotto le scarpe, ha rubato la mia. Me l’ha succhiata via, lentamente, senza che me ne rendessi conto. E adesso, mi ritrovo a tremare al solo pensiero di sfiorare un’altra. Se la mia pelle avesse un contatto, crollerei. E, se crollassi tra le braccia sbagliate, stavolta sarebbe la fine. Non possono toccarmi l’anima con le mani sporche. Si sopravvive una sola volta.

Ma io, in fondo, non la odio.
Se avesse saputo dirmi di essere un giocattolo difettoso, non sarei stata talmente vile da tornare in negozio a restituirlo. Non avrei nemmeno potuto ripararlo. Semmai l’avrei aiutata a ricomporre i pezzi. A mettere a tacere quel caos che le violentava la testa.
Adesso non posso più aiutarla. E non voglio. Troppa rabbia, troppo dolore gratuito.
E la pioggia.
Non è quella pioggia che accarezza i gelidi pomeriggi invernali. Ora è fitta, torbida, non mi permette di mettere a fuoco. I suoi lineamenti si stanno trasformando in pallidi contorni.
Se ora potessi parlarle, le direi di ritrovarsi. Di non cercare tiepidi piaceri momentanei, effimeri, squallidi, tra lenzuola che odorano di ignoto e candeggina industriale. Di non incepparsi tra il troppo e il nulla, perdendo il controllo. Di non distruggere gli altri per sentire di esistere. Ma soprattutto, di smetterla di odiarmi. Me ne sono andata. Senza toglierle nulla, come ha fatto lei. Ciò che mi ha fatto passare è disumano. Eppure, una parte di me crede che, in fondo, non volesse farmi del male. Semplicemente non poteva farne a meno, schiava della sua ambivalenza.

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