Archivi del mese: maggio 2015

Visioni psichedeliche #3

Tra dieci ore, saluterò la Sicilia.
Non so ancora per quanto tempo.
Qui, ogni centimetro è avvelenato.
E opprimente.
Sono rimasta immobile.
A morire un po’ ogni giorno.
Sapevo che non si sarebbe mai scusata.
Fino alla fine, non ha avuto le palle di affrontarmi.
Come tutte quelle volte.
Era più semplice riempire una valigia e partire.
Nessuno che ti abbia trattato con rispetto merita tanto silenzio.

Scriverei addio.
Ma sarebbe patetico.
Le dirò addio dentro di me, quando dimenticherò quest’incubo.


Visioni psichedeliche #2

Quel pomeriggio era lì, immobile.
Davanti alla finestra. Dove nessuno avrebbe potuto sfiorarla.
L’aria odorava di fumo e malinconia.
Qualcuno, nell’altra stanza, rideva. Ma non se n’è accorta.
Si sentiva sola. Tremendamente sola.
Di quella solitudine che si prova prima di morire.
Nemmeno sentirsi amata poteva salvarla.
Anzi. Talvolta quel sentimento le stava stretto.
Fuggiva. Lontano.
Lontano dagli obblighi, dalle aspettative, dal dover ricambiare.
Provavo a riprenderla. Ma puntualmente smarriva la strada.
A quel tempo, non vedevo chiaramente il nero di certe sue giornate.
Ricordo solo le sue mani gelide.
Le sfioravo e faceva talmente tanto freddo.
I rami degli alberi impallidivano.
Ed io avevo paura.
Pensavo ad un noi che svaniva.
Mentre lei si perdeva. E non me ne accorgevo.

Oggi la vedo.
Vedo una sopravvissuta.
Vedo un volto indossare mille maschere.
Mentre, dentro, lentamente, muore.
Vedo continue fughe dal quieto vivere degli Altri.
Fatto di adesione a luoghi comuni.
Vedo il terrore che prova in mezzo alla gente.
Quando tutti la scrutano ma nessuno la guarda davvero.
La sensazione di sentirsi dita puntate contro.
La paura di perdere sé stessa.
Senza nessuno disposto a recuperarla.
La vedo precipitare nel vuoto senza poter urlare.
Perché nessun luogo. Nessuna persona. Sembrano riempirla.
Forse solo per brevi, intensi, istanti.
Dopodiché il ciclo riparte.
A volte non prova niente. A volte prova troppo.
Ciò che voleva prima, adesso non importa più.
Gli estremi della sua testa la violentano senza pietà.
Sovente anche le più banali azioni sono fatiche immani.
E le parole assordanti.
E ha bisogno di silenzio. Del buio. Del nulla.

Ripenso a quando cercavo risposte.
Pensando non volesse darmele.
Scalciavo. Affannosamente.
“Col tempo arriveranno”, mi diceva.
Come se due parole potessero spiegare tutto quel caos.
No. Quelle risposte, semplicemente, non c’erano.
Semmai, le avrebbe inventate a regola d’arte.
Per mettermi l’animo a riposo.
Stare con lei significava questo.
Accogliere quell’altalena di pieni e vuoti.
Senza chiedere.
Ed oggi, se fosse ancora in questo letto, non l’amerei.
Le restituirei solo il silenzio.