Archivi del mese: aprile 2015

Visioni psichedeliche #1

Nessuno ci ricorderà per i nostri pensieri segreti.
Credo nel potere della scrittura.
E che possa sfiorare gli animi, se glielo permettessimo.
Le storie più belle sono quelle che non racconteremmo mai.
Sono quelle più dolorose.
Quelle che riaprono ferite, a dispetto del tempo e dello spazio.
L’istinto immediato sarebbe conservarle negli angoli remoti della mente, laddove nessuno possa scorgerle.
Attendendo che, pian piano, svaniscano.
Eppure, c’è poesia nel dolore.
Ed amo questo sentire così intenso, dal fondo di un pozzo.
Si contrappone alla staticità dei dormienti.
Quelli che non sentono, non vedono, non osano.
Ecco cos’è la vera morte.
Questa storia nasce esattamente un mese fa.
Ed è di cenere che parla. Del grigio. Della sua inesistenza.
Del perdersi tra gli opposti.

Della rinascita dopo il decesso.
Si può uccidere qualcuno lasciandolo in vita.
È ciò che accade quando ti ritrovi incastrato tra il bianco e nero che non riescono a scindersi. Né ad incontrarsi.
E, quel 26 marzo, non potevo scrivere.
Perché, quando ci sei dentro, non puoi guardare veramente.
Ho dovuto rallentare i battiti, e il respiro, e voltarmi altrove per poter vedere.

Prima di allora, era tutto confuso. E incomprensibile.
Era come trattenere il respiro sott’acqua.
Mentre in superficie nessuno se ne accorgeva.
Perché, quelle come Lei, ti fanno schiantare.
Mi dicevano tutti di lasciar perdere. Dicevano che l’idillio dura solo momenti. Che mi sarei ritrovata intrappolata.
In quella linea di confine. Tra normalità assoluta e assoluta follia. Tra caos e silenzio assordante.
In quel gioco perverso di iperidealizzazioni e svalutazioni continue.

Ecco cos’ero. Un’idealizzazione.
Il frutto di idee maturate nella sua testa.
Non dovevo chiedere. Non dovevo capire.
Non dovevo soffrire. Non dovevo crollare.
I problemi? Non dovevano esistere.
Ma esistono. Piccoli, grandi, gravi, stupidi. Non importa. Esistono.
Doveva lasciarmi andare.
E, per farlo, segue la fase di svalutazione/denigrazione.
Doveva criticarmi in tutto.
Distruggeva la mia autostima.
Proprio lei. Che di autostima ne aveva meno di zero.
Congelava i miei errori e me li sbatteva in faccia ogni volta che poteva.
Diceva tutto e il contrario di tutto.
Alti e bassi che nemmeno sulle montagne russe.
Le sue distrazioni, i suoi regali alle altre, erano normali.
Forse godeva, nel vedermi piangere.
Distruggendomi, aveva le prove della sua importanza.
Dovevo essere svuotata, non avere alcun valore.
Solo così, quando mi avrà perso, non avrà perso nulla.
Ma, se qualcuno glielo chiedesse, direbbe che la colpa è sempre là fuori.
Tra quei mostri che la fanno sentire infinitamente piccola,
in un mondo troppo grande.
Una volta disse che nessuno sa come entrare nella sua vita.
Lo so. Nemmeno lei. E, chi la sfiora di passaggio, vorrebbe solo fuggire.

Oggi, mi chiedo: chi era lei?
In fin dei conti non m’importa.
Le etichette sono soltanto nomi da attribuire alle cose.
E, a volte, possono generare paura. Io non avevo paura di lei.
Anche se si inceppava, si spegneva, si riaccendeva, si inceppava ancora.
Gli altri la definivano strana. Folle. Una dalla quale tenersi a debita distanza.
Anche coloro dei quali oggi si circonda, inconsapevole.
Ma non importava nemmeno quello, ero testarda e non ascoltavo nessuno.
Ed è stato quello il dramma.
Ed è ancor più vero che, prima di stare con lei, si dovrebbe conoscere la sua testa malata. Che nasconde segretamente.

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